Oltre al danno, la beffa: non solo viene ribadito con forza (e arroganza) che il mio lavoro non serve ad un cazzo - e la cosa viene ripetuta anche di fronte all'evidenza del contrario - ma viene rigirata la frittata in maniera vergognosa addossandomi delle colpe.
Quindi ricapitoliamo: ti dico che le tue parole mi offendono e non credo di aver fatto niente per meritarmele, e tu mi dici che il fatto che io pensi che tu mi stia ferendo (poco contorta come cosa) ti ferisce. Dafuq?
E alla fine di tutto, dici che a me ci tieni?
So solo che delle parole non me ne faccio un cazzo, e considerando che dici certe schifezze ad una persona a cui tieni, non oso immaginare cosa diresti ad una persona che ti sta sulle palle. Ah già, cose del tipo "non prendi abbastanza cazzo".
Se questa te me la chiami amicizia significa che uno dei due dovrà decisamente rivedere il proprio vocabolario. Ma ho l'impressione che lo stesso vocabolario darebbe un po' più ragione a me che a te.
Un blog esportato da Splinder senza successo. Un blog in cui si sparla!
martedì 7 aprile 2015
martedì 17 febbraio 2015
Due parole due di sfogo nei confronti di un fatto avvenuto un po' di giorni fa.
Essere sicuri di se stessi è un grosso pregio, essere spocchiosi e credere di sapere tutto, di avere visto tutto e ritenersi quindi sempre e comunque la persona più adatta a dare giudizi, beh, non lo è. Anzi, è proprio quell'insieme di cose che ti rende sgradevole.
Tralasciando le chiacchiere, gli argomenti e i discorsi che stanno dietro a quello che sto scrivendo, sparare considerazioni sul lavoro che sto facendo in cui si insinua (anzi si afferma chiaramente) che il mio è un lavoro che vabbè, se salto un giorno non muore nessuno, che posso rimandare tutto quanto mi pare, e che il "lavoro reale" (cit.) è diverso, è fatto di scadenze che vanno tassativamente rispettate pena la morte, non solo è una cosa molto offensiva nei confronti miei e di quello che sto facendo, ma rivela esattamente quello che il mio interlocutore pensa - e pensa di sapere - sul mio lavoro.
Voglio solo dire alcune cose, senza entrare nello specifico:
1. Non avere la necessità di timbrare un cartellino e avere la possibilità di stare a casa quando sto male (quando possibile, perchè non è sempre detto) non fa del mio lavoro una passeggiata;
2. Non lavorare nel settore privato non implica in alcun modo che non ho scadenze da rispettare e tempi entro cui devo necessariamente portare a termine delle cose;
3. "Veder fare" e "fare" sono due cose distinte e separate, quindi "veder lavorare" delle persone in un certo ambito durante un periodo molto circoscritto della propria esistenza e "lavorare" in quell'ambito a tutti gli effetti sono due cose che non si parlano in nessuna maniera;
4. La supponenza è una bruttissima cosa. Credere di saper tutto solo perchè nella tua vita hai brevemente incontrato persone che ricoprivano un certo ruolo non ha minimamente senso;
5. Anche facessi un lavoro che non richiede chissà quali conoscenze - e non è il mio caso, ma vabbè - , non hai il minimo diritto di sminuirlo ed equipararlo al tuo...Anche perchè tu, col tuo "lavoro reale", guadagni abbastanza da poterti permettere un mutuo e viaggi all'estero presso i luoghi più costosi, cosa che per me è fantascienza.
E voglio aggiungere che sentirsi dire certe cose da persone molto vicine, che stimi e con cui hai un ottimo rapporto, è una cosa che non solo ferisce, ma apre molti interrogativi sulla verità di certe affermazioni.
Boh, vabbè.
Essere sicuri di se stessi è un grosso pregio, essere spocchiosi e credere di sapere tutto, di avere visto tutto e ritenersi quindi sempre e comunque la persona più adatta a dare giudizi, beh, non lo è. Anzi, è proprio quell'insieme di cose che ti rende sgradevole.
Tralasciando le chiacchiere, gli argomenti e i discorsi che stanno dietro a quello che sto scrivendo, sparare considerazioni sul lavoro che sto facendo in cui si insinua (anzi si afferma chiaramente) che il mio è un lavoro che vabbè, se salto un giorno non muore nessuno, che posso rimandare tutto quanto mi pare, e che il "lavoro reale" (cit.) è diverso, è fatto di scadenze che vanno tassativamente rispettate pena la morte, non solo è una cosa molto offensiva nei confronti miei e di quello che sto facendo, ma rivela esattamente quello che il mio interlocutore pensa - e pensa di sapere - sul mio lavoro.
Voglio solo dire alcune cose, senza entrare nello specifico:
1. Non avere la necessità di timbrare un cartellino e avere la possibilità di stare a casa quando sto male (quando possibile, perchè non è sempre detto) non fa del mio lavoro una passeggiata;
2. Non lavorare nel settore privato non implica in alcun modo che non ho scadenze da rispettare e tempi entro cui devo necessariamente portare a termine delle cose;
3. "Veder fare" e "fare" sono due cose distinte e separate, quindi "veder lavorare" delle persone in un certo ambito durante un periodo molto circoscritto della propria esistenza e "lavorare" in quell'ambito a tutti gli effetti sono due cose che non si parlano in nessuna maniera;
4. La supponenza è una bruttissima cosa. Credere di saper tutto solo perchè nella tua vita hai brevemente incontrato persone che ricoprivano un certo ruolo non ha minimamente senso;
5. Anche facessi un lavoro che non richiede chissà quali conoscenze - e non è il mio caso, ma vabbè - , non hai il minimo diritto di sminuirlo ed equipararlo al tuo...Anche perchè tu, col tuo "lavoro reale", guadagni abbastanza da poterti permettere un mutuo e viaggi all'estero presso i luoghi più costosi, cosa che per me è fantascienza.
E voglio aggiungere che sentirsi dire certe cose da persone molto vicine, che stimi e con cui hai un ottimo rapporto, è una cosa che non solo ferisce, ma apre molti interrogativi sulla verità di certe affermazioni.
Boh, vabbè.
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